Viaggiatori in Irpinia

Il viaggio di Gian Vincenzo Imperiale nel 1633

Carmine Ziccardi

INTRODUZIONE

Viaggiare è stato da sempre un’attività di cui l'uomo non può fare a meno ed è una realtà che prende le mosse in tempi molto lontani.

L’uomo riesce a far viaggiare con sé anche la natura, costruendo mezzi di trasporto sempre più sofisticati, spostando grandi masse rocciose, avvicinando e superando i contorti e casuali ambienti montagnosi con razionali tragitti, convogliando e canalizzando l'acqua.

I viaggiatori sono d’ogni tipo: pellegrini, mercanti, religiosi, letterati, artisti, politici, emigranti e sono spesso curiosissimi e geniali, provvisti d’occhio penetrante ed intelligente e colgono la realtà nascosta dietro ciò che è oggettivamente percepibile.

Tra i viaggi più importanti si possono annoverare senz’altro i pellegrinaggi che già nel XV secolo si trasformano da mistici e religiosi in viaggi laici ed eruditi.

Lo scopo del viaggio del pellegrino consiste nella visita di un luogo particolarmente legato ad un evento religioso.

Le appassionanti notizie sui pellegrinaggi si possono conoscere da tutta una letteratura che fiorì attorno a questi viaggi lungo i secoli.

Ogni viaggio è per loro un'avventura da ricordare per sempre e, perciò, stilano più o meno brevi resoconti durante la trasferta oppure appena ritornati nei luoghi d’origine. Moltissimi hanno lasciato importanti descrizioni, relazioni, libri di viaggio, diari, memorie, guide, epistolari, anche per fornire ad altri suggerimenti e aiuti per il loro viaggio, la lunghezza delle tappe, le possibilità d'accoglienza, le precauzioni da prendere e i vari santuari che il pellegrino, cammin facendo, poteva visitare. Tutti questi elaborati costituiscono una fonte preziosa per conoscere lo stato delle strade, i mezzi di trasporto (diligenza, carrozzella, mula), le condizioni di viaggio, i tempi di percorrenza, la disponibilità, le condizioni degli alloggi, i nomi delle locande, osterie, taverne, alberghi, ospedali, i cibi, i giochi ecc., e testimoniano l'esistenza, la nascita e il declino di alcuni mestieri (carrettieri, cocchieri, mulattieri, pastori, contadini, trainanti), gli stati d’animo dello scrittore e la cultura, la religiosità, lo stato sociale di un popolo.

Talvolta queste relazioni sono di carattere soprattutto pratico e costituiscono vere e proprie guide. Altre volte invece il racconto è più ampio, vivace, personale e la relazione diventa un'opera apprezzabile anche da un punto di vista letterario.

Più ci si avvicina ai nostri giorni e più ci si accorge che l’uomo ha tentato da sempre di impadronirsi della dimensione spaziale e di cambiare illimitatamente la realtà ambientale. Le fonti illuminano gli equilibri sempre più precari del reciproco condizionamento uomo-natura e l’apprezzabile creatività del primo, possessore di tecnologie fondamentali, nell’assicurare comunicazioni indispensabili con mezzi modesti.

Il visitatore moderno è sempre più interessato all'osservazione del reale con il gusto dell'avventura: le montagne, il mare, le difficoltà atmosferiche, gli eventi sismici, il terrorismo, il rischio dei delinquenti e delle epidemie che conferiscono, molto spesso, un senso di sventura al viaggio che si colora di toni leggendari.

Il viaggiatore solitamente giunge con un seguito: il viaggio, strumento di scambio e di diffusione delle idee, è compiuto in carrozza, calesse, portantina, per via fluviale o per mare e, nei tempi moderni, per via aerea.

Un’ indagine su questi percorsi può aiutarci a lanciare uno sguardo sulla vita passata.

Interessantissimi sono i due viaggi di De Sanctis, oltre il viaggio elettorale(1), del ritorno a Morra nel 1833 e nel 1836-37 in occasione dello scoppio del colera, entrambi descritti in “La Giovinezza”, che, con minuzia di particolari, ci aiutano a ricostruire alcuni aspetti dimenticati del passato.

 

IL VIAGGIO DI FRANCESCO DE SANCTIS IN OCCASIONE DEL COLERA

Nel mese di ottobre 1836 scoppia a Napoli il colera “questo ignoto e sinistro morbo, dopo di aver spaventato mezza Europa”. L’epidemia ha fasi alterne: dopo alcuni mesi pare ammansito, si attenua nel mese di dicembre e cessa a marzo dell’anno successivo. Ad aprile riprende con più virulenza facendo registrare il culmine in estate. Infatti, il 29 giugno, nella ricorrenza della festività dei Santi Pietro e Paolo, si contano quattrocentosedici vittime e il 2 luglio se ne registrano venti in più. Il flagello cessa definitivamente a settembre 1837 con ventiduemila persone in meno. 

Si raccontano molti casi di colera fulminante, con le circostanze più strazianti. Si parla di famiglie intere spente, di migliaia di morti ogni giorno, e si descrivono i casi di contagio con i minimi particolari. Il popolo, povero e sporco, fa spavento. Nessuno osa accostarsi al vicino. L'uno fugge l'altro. La vita pubblica è sospesa; le scuole, le botteghe sono deserte.

Si fanno processioni, si espongono Santi e Madonne, s’invocano le intercessioni dei santi, si prega e si fanno penitenze [2].

Anche a me giungeva un vocìo del colera” scrive De Sanctis nella Giovinezza, ”in casa e fuori casa non si parlava che di questo [3].

Intanto lettere mi venivano da babbo, da mamma e da zio atterriti dalle voci del colera, che giungevano in paese, e mi chiamavano, e me ripugnante sgridavano e incalzavano. Io non voleva e per una cotal sciocca braveria, e perché non voleva lasciare a mezzo le mie lezioni, parendomi fare quasi atto di disertore [4].

Alla fine cede ai richiami della madre e decide di partire.

Un'ora più tardi ero già in via a Porta Capuana. Mi avevo comprato una bottiglia di rum, come salvaguardia contro il mostro, e un po' di salame e non so cos'altro. Questo era tutto il mio fardello. Camminavo a piedi velocemente, per non perdere l'ora della diligenza. L'idea di mettermi in una carrozzella non mi era venuta, e non mi venne che assai più tardi, quando non guardavo più al carlino. Giunto in quei vicoli stretti e puzzolenti, che menano a quella brutta Porta Capuana, cominciò un via vai di carri funebri, con preci sommesse, con grida di monelli, che mi fece capire cos'era il colera. Mi strinsi tutto in me, chiusi la bocca e mi turai il naso, come per salvarmi dall'infezione. L'infezione era un fetore acre, che veniva... da spazzature, da cenci, da uomini vivi e da uomini morti. Tirai di lungo, quasi scappando, e giunsi affannoso, che il carrozzone era già in via. — Ferma, ferma, cocchiere! — Fermò, e io mi gettai dentro, che per fortuna c'era ancora un ultimo posto. Mi ci accomodai alla meglio, tra le mormorazioni dei viaggiatori, che mi guardavano come si fa a uno straccione. Io non me ne accorgevo; li salutai e offersi loro del rum, ed essi tirarono la mano indietro come per dir di no. Non ci fu verso di cavar loro una parola, e io che avevo ripreso il mio buon umore, ed ero divenuto tutto ad un tratto comunicativo, ne presi il mio partito, e mi posi a guardare le stelle, sorbendo di volta in volta un po' di rum.

Giunsi in Avellino che parevo un fantasma, e tirai da Peppangelo, il celebre locandiere a quel tempo. — Signorino, cosa avete? voi mi sembrate uno spirito. — Vado a letto, diss'io, e dammi un buon bicchiere di vino, che la polvere m'ha asciugato la gola. — La mattina lasciai Avellino senza vedere alcuno, con l'aria di un fuggitivo. Prima la via era buona, e io caracollava con un frustino in mano e in aria di bravo, su di una mula. Mi veniva appresso, correndo, il contadino che m'accompagnava. Era innanzi l'alba, e il freddo acuto mi dava un tremolìo, specie per le vie umide di Atripalda. Col levarsi del sole la via si faceva sempre più sassosa e ripida, e la mula spaventata e poltra  dava salti, tirava calci, chinava le gambe e il collo, e io mi aggrappavo sulla sella per tenermi saldo. Il contadino andava stuzzicando la bestia, e la pigliava per la coda e la bastonava di santa ragione, imbestialito anche lui, e le due bestie parevano congiurare a farmi cascare. Spesso il cappello rimaneva imbrogliato tra le spine, e talora davo di fronte in qualche albero. La strada era così brutta, che in parecchi punti aveva l'aspetto di un vero precipizio, stretta stretta, sdrucciolevole, aperta ai fianchi, di un'altezza che mi dava le vertigini, e io gridavo che voleva calare, e il contadino bestia dava dei pugni alla mula. Avevo smesso l'aria di bravo cavaliere, e mi rodevo tra la stizza e la paura, col capo dimesso, assetato, affamato, disossato. Giunsi alla famosa taverna di Santa Lucia, e il cuore mi si allargò, come vedessi Gerusalemme.  Mi aiutarono a scendere, che ero intirizzito e non mi potevano  le gambe. Entrai in un camerone oscuro e sudicio, che mi parve una sala principesca, e mi gettai al desco senza badare al tovagliolo e alla forchetta: avrei mangiato con le dita. Pane nero, formaggio piccante, peperoni gialli e una caraffa di vino asciutto furono per me un pranzo da re.

Mi levai arzillo e mi venne la chiacchiera con quei mulattieri, pastori e contadini, che trincavano, giocavano e bestemmiavano. Presto mi si fecero familiari, e m'invitarono a bere, e cioncai e giocai con loro, e non mi parve scendere dalla mia altezza. La natura non mi aveva dato un'aria signorile e di comando, e con la mia sincerità mi presentavo tal quale, senza apparecchio e senza malizia. — Evviva lo Signorino! — dicevano; e s'erano rabboniti tra loro, e io stringeva quelle grosse mani, come per dare un pegno di fratellanza.

A quel tempo era il regno dei galantuomini; i contadini, in povertà e in servitù, erano trattati come i loro asini; io non ne sapevo nulla, ed ero soddisfatto e quasi sorpreso dei loro evviva. Rialzato d'animo e di forza, mi messi a caracollare per la discesa, e via via giunsi a un torrente, che si menava dietro grosse pietre e faceva gran fracasso. Il contadino, presa la briglia, andava innanzi, tirati su i calzoni; io mi tiravo su le gambe per non bagnarmi, e perdendo l'equilibrio, caddi rovescioni nell'acqua, e il contadino mi afferrò e si disperava, e io gli dicevo : — Dio non peggio. — Era un motto di papà, rimastomi impresso. Non giunsi in paese che a ora tarda, di notte. Entrai in casa, sorridente, con le braccia aperte. Non mi attendevano, e maggiore fu la gioia. Mamma voleva pagare il mulattiere. — È pagato, — diss'io, e trassi di tasca un borsellino pieno di piastre, e gliel'offersi, dicendo: — A voi, mamma, le primizie. — La buona donna rideva tra le lagrime, e tutti avevano gli occhi sbarrati su di me, come fossi un principe.

La mattina mamma mi fece mille tenerezze... E mi contava tante cose, e io, stando presso al letticciuolo, negl'intimi penetrali della memoria ritrovavo certe notti lunghe, ch'io mi svegliavo con grida e con pianti clamorosi, e lei veniva e mi toglieva in collo e diceva, palpandomi : — Non aver paura, mamma è con te. — Io guardavo, guardavo, come volessi mettermela bene in mente. Ah! povera mamma, come le volevo bene ! E ora m'intenerisco che l'ho innanzi a me, quella persona alta, asciutta e spigliata, con quella faccia bruna e le folte sopracciglia e gli occhi neri e dolci.

Presto la casa fu piena di gente. Molte strette di mano, molti baciozzi di zie e di comari. Il discorso si oscurò subito, che il colera, non invitato, entrava nella conversazione. Pretendevano che il morbo fosse apparso già in Avellino e in molti paesi vicini, e c'era chi sosteneva di averlo incontrato sulla via del cimitero, e della peggior natura, un vero colera fulminante, un contadino, appena colpito morto[5].

Affascinante è anche il viaggio sempre da Napoli per Morra che fece nel 1833.

 

RITORNO A  MORRA DI FRANCESCO DE SANCTIS

Nel mese di settembre 1833 lo zio vede il giovane sedicenne Francesco “scheletrito” e lo porta a “bere un po' d'aria nativa”. Con lo zio Pietro e Giovannino, Francesco parte per Morra.

Non sapevo di amar tanto il mio paese. Quando di sopra la Via Nuova vidi un mucchio di case bianche, mi sentii ricercare le fibre, non so che di nuovo mi batteva il core. Poco più in là vedemmo non so quali punti neri. — Sono galantuomini che ci vengono incontro, — disse zio Pietro. Scesi di cavallo a precipizio, e corsi, ed essi corsero a me, e mi trovai tra le braccia del babbo. La sua faccia allegra e rubiconda raggiava, era tutto un riso, e gli pareva essere cresciuto di altezza, tenendo per mano Ciccillo, e mi presentava tutto glorioso. Nonna non c'era più. La mamma mi venne incontro sui gradini di casa, e mi tenea stretto al seno e piangeva e non sapeva staccarsi da me. La casa fu piena di gente. Molte le strette di mano, molte le carezze e i baci. Ma io m'ero seccato, e cercava con gli occhi le compagne e i compagni, mi sentivo un piccino di nove anni, come quando li lasciai. Costantino alto e robusto mi levò sulle braccia, dicendo : — Come sei fatto brutto— Era un piccolo gigante quel Costantino. I miei gusti non erano mutati. Abbracciai Michele, il contadino, venuto su rude e saldo, come una torre. La distinzione delle classi non mi è mai entrata in campo. Contadino, operaio, galantuomo, gentiluomo, questo per me non aveva senso. Trattava tutti del pari, e usava il tu, il voi e il lei non secondo le persone e il grado, ma come mi veniva, così a casaccio, e spesso alla stessa persona dando del tu e del lei.

La sera ci fu gran pranzo, coi soliti strangolapreti, e il polpettone, e la pizza rustica  e altri piatti di rito. Il dì appresso visitai tutti i luoghi dov'era passata la mia fanciullezza. Fui nel sottano, e dove si ammazza il porco, e dove era la mangiatoia pei cavalli, e dove tra mucchi di legna o di grano solevo trovar le uova ancora calde e portarle alla mamma. Quel sottano sonava ancora dei miei trastulli fanciulleschi. Poi sbucai nell'orto, e salii il fico e mi empii di ciliege, e feci alle bocce o alle palle, correndo, schiamazzando. Ero in piena aria, in piena luce, mi sentivo rivivere. Dopo il pranzo feci la passeggiata per  la Via Nuova, tra compagni e compagne. Mariangiola mi teneva per mano, una bella giovanotta, un po' più grandicella di me, e io mi lasciavo fare, e mi veniva l'affezione. Giungemmo alle Croci, che è un piccolo monte, storiato  della passione di Cristo, detto perciò anche il Calvario. Alle falde era il cimitero, una camera tutta biancheggiata, entro cui erano addossate le ossa degli antenati. Mi sentii un freddo e pensai a Genoviefa, e m'inginocchiai innanzi all'inferriata e piansi piansi, e dissi molti Pater e molte Ave.

Verso la sera, fatte molte visite, ci disse zio Pietro che ci voleva far conoscere don Domenico Cicirelli. E ci menò in piazza, e là dove si apre una scalinata di grosse pietre che conduce alla strada di sopra, c'imboccammo  in un porticino, e fummo subito sopra. Trovammo don Domenico nella prima stanza, già non erano che due stanze in tutto. Era quella stanza di un bianco sporco, decorata di ragnateli e di spaccature qua e là. Non so che puzzo mi saliva al naso. Don Domenico stava su d'una seggiola di faccia all'uscio, presso alla finestra, con una gran tavola avanti, sparsa di scartafacci e d'inchiostro. Entrando noi, si levò e stese la mano a zio Pietro. Aveva in capo un berretto da notte, era grasso e basso, con la faccia rossa a fondo nero, la fronte piena di rughe, gli occhi cisposi, e le labbra grosse e bavose. Toccava l'ottantina, non portava barba. Appresso a noi entrarono altre persone, si fece folla. Baciammo la mano al grand'uomo di Morrà Irpina; lo chiamavano il dottore  e il filosofo…………. .

Ed ecco due contadini portarono parecchi boccali di vino, e si bevve in giro. A noi piccini toccò un bicchiere di rosolio. Don Domenico era molto ricco, ma stretto nello spendere: e fu punito dalla prodigalità de' nipoti, e oggi un suo nipote fa l'usciere e va stracciato, e i figli zappano la terra.

Votati i boccali e sgombrata la stanza, si rimase in pochi. E don Domenico mi prese per mano e mi domandò cosa avevo imparato[6].

 

I VIAGGI DELLO SCRIVENTE NELL’IRPINIA TERREMOTATA  E IL DIARIO DI IZZO

Non nascondo che spesso rileggo i due miei viaggi in Irpinia dopo il terremoto del 1980[7] e rivivo quei tragici momenti con la stessa commozione di allora; ma, credo che, anche chi non ha vissuto quelle dolorose esperienze, leggendoli, possa avere un quadro esaustivo di quelle tristi circostanze.

Interessante ho trovato anche il diario del viaggio e la documentazione dell’emigrante Izzo negli Stati Uniti[8] in cui si trovano, oltre la corrispondenza con la fidanzata dalla quale emerge lo stato d’animo dell’autore, identico a qualsiasi altro emigrato costretto a vivere lontano dalla patria e dai suoi affetti, notizie sull’imbarco, il tipo di imbarcazione, la gente che viaggiava e le loro condizioni psicofisiche e il diario della traversata: il tutto descritto con una minuzia di particolari interessanti.

 

I VIAGGI DI GIAN VINCENZO IMPERIALE

Per quanto riguarda i viaggi di Gian Vincenzo Imperiale mi preme subito assicurare che il materiale è molto importante, ma per problemi di spazio mi limiterò all’essenziale.

Occorre, innanzitutto, precisare che l’Imperiale fece numerosissimi viaggi.

In un libro manoscritto, di undici quaderni, dal titolo «Viaggi manoscritti», sono contenute molte descrizioni di viaggi fatti da Gian Vincenzo Imperiale in parecchie regioni d'Italia e fuori, per terra e per mare, alcuni per divertimento, i più per servizio alla Repubblica, tutti straordinariamente interessanti per la varietà delle informazioni. Di questi si conservano undici relazioni, dal 1609 al 1635, forse la metà di quelli che effettivamente fece, come appare dalle relazioni stesse di viaggi antecedenti: “due ambascerie a Filippo IV di Spagna, una al Papa, un'altra al Duca di Mantova[9].

I.                    Viaggio fatto nel 1609 a Loreto, Roma e Napoli;

II.                 Viaggio fatto nell'anno 1612, via fiume Po, verso Ferrara, Venezia, Padova, ed altre città della Lombardia;

III.               Viaggio fatto in Spagna nel 1619;

IV.              Viaggio a Messina nel 1619;

V.                 Viaggio fatto il 19 aprile 1620 in Corsica e in Sardegna alla fine del suo Generalato;

VI.              Viaggio fatto nel 1622 in Lombardia, navigando il Po, a Ferrara, Venezia, Padova, nel Polesine a Francolino e a Bologna; indi per le Alpi a Fiorenzuola e Scarperia fino a Firenze e infine a Pisa e a Genova;

VII.            Viaggio fatto a Milano il 30 marzo 1623;

VIII.         Viaggio fatto a Napoli nei primi giorni del 1627[10];

IX.              Viaggio in Riviera fatto il 22 aprile 1631 in qualità di visitatore generale dell’esercito inviato dal Magistrato di Guerra della Serenissima Repubblica di Genova[11]

X.                 Viaggio da Genova a Bologna il 30 giugno 1635;

XI.              Viaggio fatto per svago da Bologna a Venezia dalla fine d’ottobre alla metà di novembre 1635.

In un secondo manoscritto di 620 pagine, intitolato «De' Giornali di Gio: Vincenzo Imperiale», il patrizio e poeta genovese del Seicento narra diffusamente di un suo viaggio a Napoli, senza un giorno d'interruzione, dall’8 maggio 1632 all’8 maggio 1633, per la presa di possesso dei suoi feudi di S.Angelo dei Lombardi e di Nusco e le terre di Lioni, Andretta e Carbonara[12].

Questo volume di Giornali[13], in cui si descrive un intero anno di vita vissuta, reca sul frontespizio la scritta: « Anno primo »; è rimasto, però, unico per volontà dell'Autore.

In entrambi i manoscritti le tante e svariate notizie raccontate sono esposte in una forma che è quella dei ricordi personali: “alla importanza delle cose narrate si accompagna il senso schietto e vivo delle cose viste”.

L’ importanza di questi viaggi, oltre “la persona dell’Imperiale, eminente per natali e ricchezze”, è dovuta anche al1' ingegno che egli mostra nell’adempiere le funzioni che occupa e alle sventure che lo coinvolgono[14].

Qui scopriamo come i nostri antenati viaggiavano, i loro modi di sentire e di vivere, tra quali peripezie, grandi e piccole, come si spostavano, per quali strade, quanto esse erano lunghe e sicure e com’erano approntate per i bisogni della vita in quelle fermate, le osterie, spesso di campagna, con i medesimi nomi d' allora, le novità osservate, le persone incontrate.

In queste descrizioni è utile notare il repertorio stilistico dello scrittore e la sua particolare scuola di pensiero.

Interessanti sono le descrizioni dei balli e delle rappresentazioni teatrali, del viceré Manuel de Guzman, conte di Monterey (1631-1637), i cenni riguardanti le dame dell’aristocrazia, delle processioni e delle luminarie napoletane per tutte le solennità dell'anno, delle funzioni di chiesa, dei sermoni e dei panegirici, delle passeggiate di Ghiaia e di Posillipo, delle pesche di Nisida e di Baia, delle vendemmie di Capodichino e delle scampagnate di Pozzuoli, dei lieti trattenimenti, delle cacce del principato di Sant’Angelo, dove le festose accoglienze dei sudditi offrono un saggio di costumanze feudali.

Da questi incarichi si evidenzia fin da allora la vita pubblica dell’uomo illustre.

Destano interesse le informazioni sulle partecipazioni della casata alle imprese commerciali e marittime, fonte inesauribile di guadagni, che permisero nel 1631 d’investire milioni di lire nella signoria di Sant'Angelo dei Lombardi, comprendente due città, Sant'Angelo e Nusco, e le terre non piccole di Lioni, Andretta e Carbonara.

L’Imperiale muore nel 1648 e lascia, con disposizioni testamentarie, il principato irpino al secondogenito Giovan Battista. Nasce, quindi, un’altra lite tra i figli che dura trent'anni e si compone solamente dopo lunghe e dispendiose vertenze sostenute in Napoli, il 15 marzo 1678, con la presentazione delle dimissioni da parte degli eredi del possesso di Sant'Angelo a favore dei congiunti Francesco Maria senior e Francesco Maria junior previe amichevoli reciproche transazioni e concessioni.

Tanta ricchezza di fatti e avvenimenti piacevoli ed utili si collegano e s'intrecciano quotidianamente con questioni di proprietà territoriale e di pendenze con l’amministrazione della giustizia di Napoli, sotto il dominio della monarchia spagnola e con 1' interferenza sobillatrice dei suoi viceré.

L’ acquirente di S. Angelo de' Lombardi e di Nusco e le terre di Lioni, Andretta e Carbonara era stato assistito nell’acquisto in modo sbagliato da un procuratore sleale o superficiale tanto che lo costringe a pagare due volte la stessa porzione di paese. Gli viene negata la giustizia e la vicenda forense gli viene sempre più  ingarbugliata.

 

BIOGRAFIA DI GIAN VINCENZO IMPERIALE

Gian Vincenzo, appartenente al casato dei Tartaro, il principale fra i quattro di famiglia che poco dopo il 1300 si chiama Imperiale, nasce in Sampierdarena, nel 1577 da Gian Giacomo e da Bianca Spinola, sorella del cardinale Grazio, governatore di Ferrara e costruttore di fortezze.

Le notizie sugli studi giovanili di Gian Vincenzo sono scarse: si sa che aveva “studiato senza posa, in età che i giovani del suo grado attendevano a tutt'altro”.

Gian Vincenzo sposa, il 27 maggio 1606, Caterina Grimaldi. Dopo la morte di quest’ultima, avvenuta il 17 gennaio 1618, convola a seconde nozze con Brigida Spinola, vedova di Giacomo Doria, il 4 agosto 1621.

Fin da giovane si mostra versato alle lettere italiane e latine e spinto da vivo desiderio di gloria.

Nominato senatore in patria, ottiene il comando delle galere a Messina, a Barcellona, in Corsica, un'ambasceria a Milano ed una a Napoli, un commissariato delle armi in Polcevera, nella Riviera di Ponente, un commissariato alle fortificazioni di Genova.[15]

A trent'anni è accademico dei Mutali di Genova col nome di «Desioso ».

E’ autore del poema in sedici parti, “Dello Stato Rustico”, ristampato a Genova, con molte aggiunte e poche varianti, nel 1611, a Venezia nel 1613, arricchito di oltre cento componimenti di poeti in suo onore, a Genova nel 1646 (una quarta edizione), di un poema su Santa Teresa, di una prosa per “I funebri del card. Orazio Spinola”, di versi latini e italiani e di molti discorsi accademici.

Tutto il suo tempo è assorbito dalla politica e, dopo la morte del padre, anche dall’amministrazione familiare.

Ne1635 Gian Vincenzo Imperiale è citato dai magistrati, processato sommariamente e condannato al bando «per discolo>> (di cattivi costumi, contumace, violento, un facinoroso, uno che opera contro le leggi).

Ritorna a Genova, forse nel mese di settembre 1636, dove vive gli ultimi anni della sua vita “non più adoperato, forse sdegnoso d'uffizi, più amante di onesto riposo che non fosse stato da prima”.

 

I VIAGGI IN ALTA IRPINIA DELL’IMPERIALE

Andretta vista dal monte Airola. Sullo sfondo:Morra, S. Angelo dei Lombardi, Nusco e Guardia dei Lombardi.

 

Il viaggio nel suo feudo dura dal 1° al 30 aprile 1633.

Venerdì, 1° aprile è nel castello di Nusco febbricitante.

Figura  SEQ Figura \* ARABIC 1 Andretta vista dal monte Airola. Sullo sfondo:Morra, S. Angelo dei Lombardi, Nusco e Guardia dei Lombardi

Il giorno successivo, sabato 2 aprile, dopo aver trascorso una notte tranquilla e aver bene riposato, sfebbrato, riceve la visita del Vescovo: “non mi vede senza favorirmi. Se i favori di lui fossero sinceri quanto sono copiosi, converrebbe che i miei debiti verso lui fossero in copia. È merito appresso 1' uno l'aver acquistato l'odio dell'altro. Questa amistà, perché ha mala radice, non darà buon frutto. Ella è amicizia nova, dopo di nemicizia antica. Questo per sé solo potrebbe renderla sospetta; ma dal sospetto può condurla alla certezza quella infedel complessione ch' egli nodrisce dal natale, e quella brutta fisonomia che la sozzura dell' animo gli accusa nel sembiante..”

I Nuscani, intanto, pregano pubblicamente in chiesa per Lui e gli rendono speciali attestazioni di gratitudine in casa con visite, presenti e ossequi.

Domenica, 3 aprile, scende dal castello e visita la città. “Quivi rendo il tributo dell' anima al Signore dell'universo; poscia pago il tributo della riverenza al monsignore della sua chiesa; indi contro sua voglia da lui prendo licenza; e dalla mia terra con dispiacer di tutti io prendo alfin commiato. Non ho forze per cavalcare: per camminare mi convien sedere”.

Si incammina verso Sant' Angelo, distante da Nusco cinque miglia, seduto “in comoda cadrega, da quei terrazzani al men male sostenuta”. “La diligente quantità rimedia alla difettosa qualità degli inesperti benché affettuosi portatori”.

Guada 1'Ofanto e arriva alla badia di San Guglielmo che divide i due territori. Qui lo aspettano le milizie di Sant'Angelo alle quali vieta di passare oltre, per problemi di gelosia tra confinanti, una compagnia a cavallo, della quale aveva appena sentito il suono della tromba, che battono i tamburi e sventolano bandiere. Le armi lampeggiano unite al “fulminare degli archibugi”.

Già intravede il “suo” castello anche se offuscato dal fumo dei mortaretti accesi.

Il viaggio è favorito dall'aria temperata ed è aiutato dalla strada incivilita. “Non si move piede, che non si mova su la verde schiena di piacevoli sentieri; né si vedono sentieri, che non siano da giardini di frutti, da pergolati di viti, da coltivati di semenze circondati .........”.

Il Vescovo Rangoni, seguito da un numerosissimo clero, per onorarlo, gli va incontro, vestito con indumenti da viaggio proveniente da Bisaccia, dove aveva dimora prima della notizia dell’arrivo. 

Appena si vedono il Vescovo scende da cavallo e Gian Vincenzo esce dalla “seggia”.

Le campane dei monasteri di San Marco e di Nostra Donna delle Grazie, officiati dai numerosi Padri Francescani della Scarpa e dai Padri Francescani della Riforma, suonano a distesa.

Alla porta della città il Sindaco e gli Eletti gli consegnano le chiavi con adeguato discorso, un ragazzo, che rappresenta un angelo del cielo di questa terra, recita in onore dell’ospite per conto di quel comune alcuni versi latini.

S’inoltra nella città e si avvia verso il Duomo.  Le strade sono guarnite di molti archi, di fuochi, d’arazzi naturali, di cupole piene di fogli verdeggianti, delle armi della Casa Imperiale e “di cento variate imprese su le armi medesime innestate”.

Da ogni finestra piovono fiori in segno d’allegria, e frumento quale augurio d’abbondanza.  I vecchi gli augurano una lunghissima vecchiaia.

Semplici fanciulli da un lato e vergini donzelle dall’altro “a gara predicavano nella solennità del mio arrivo la giovialità del loro acquisto; e mentre non fu bocca la qual non fosse aperta per ossequio, non fu palpebra la qual rimanesse asciutta per contento: onde non dirò bugia se dirò che mi avvenne per 1' altrui tenerezza intenerirmi” scrive l’Imperiale. E continua: “Confesso il vero: se ben dagli atti frequentati ho fatto un certo abito al mio petto, ond' egli tanto o quanto si copra dai sinistri avvenimenti, e non guari si discopra ai favorevoli successi; in ogni modo non posso negare a me stesso quel contento che mi è offerto dalla presentanea mia gloria, tanto più mentre procuro che questa gloria, che mi è donata dall'altrui lode, non impedisca il luogo a quella che deve esser comprata con la propria fatica. Alla fin fine, sì come il premio del lavoro è stimolo alla diligenza, così 1' applauso dell’opra è pagamento alla virtù. Onde il virtuoso non deve esser ripreso, quando pur di quell'onore egli è invaghito, che non meno dal proprio merito gli è impetrato, di quel che gli venga dall’altrui grazia conceduto.

Lo strepito delle voci, confuso col remore delle campane, per mia quiete si quietò, quando nel tempio, sotto il baldacchino inginocchiato, darsi dall' organista il principio del Te Deum laudamus fu sentito. Quivi con rinnovate ceremonie il Vescovo sodisfece all’obligo della creanza; e sebben tralasciati gli eccessi dell’amore, non dimenticò già i termini dell’ossequio”.

Giunge 1' ora di mangiare e si ritira più per riposarsi che per mangiare. La casa è spaziosa e molto comoda, ha più di sedici camere, un vasto cortile, una corte e larghe scale, scalini e ornamenti di marmo; necessita, però, di restauri.

Dai balconi si vedono quasi tutte le terre comprese quelle più lontane.

Lunedì, 4 aprile, dopo la messa nella chiesa delle Grazie, visita il nuovo monastero e il grazioso giardino dei Padri circondati da una strada in piano e da profondissimi dirupi. Riceve le visite del Vescovo e dei suoi canonici e dei “migliori fra questi cittadini” e regali pubblici e donativi privati, gli elogi dal Marchese della Bella, dal Barone di Morra e dagli altri signori circonvicini. 

In questa relazione evidenzia i rapporti non idilliaci fra i due prelati: “Ma che dirà quel di Nusco, già mai non sazio d’incrudelir contro questo di Sant’Angelo ?

Martedì 5 non esce per un cattivo presentimento e per il cattivo tempo.

Mercoledì 6, Giovedì 7, Venerdì 8 e Sabato 9, continua il maltempo e il freddo: a nulla vale “il pelliccione a scacciare il gelo dal groppone: bisognò che per riscaldarmi la pelle viva, al caldo della pelle morta si accompagnasse quel della vivace fiamma. Questa, accesa in mal forbita caminiera, appiccate le faville alle fuliggini,   risvegliò  sì   gran   foco, che se il tetto  tutto  non  brugiò, vi  mancò  poco. Da questo malo effetto cavano  buon  segno i popolani: e pur mal segno è sempre quello che, per dove passano, lasciano gli incendii".

Frattanto gli viene comunicata la notizia della sentenza relativa ad una controversia con il Vescovo per una porta che quest’ultimo apre e che fa immediatamente chiudere.  Si appianano i contrasti e si scambiano reciproche congratulazioni.

Domenica, 10 aprile, dopo la santa Messa celebrata nella chiesa delle Grazie, pranza con il Vescovo allietato dalla musica di quest’ultimo che lo invita “per questi vicinati alla sua caccia.

Ella fu tanto vicina, che ben potea vedersi dalla mia casa. Si vide nulla di meno con maggior diletto alla campagna, che per esser non men ricca di lepri che feracissima di biade, non così tosto dai sagaci bracchi è intorniata, che 'alle nari cacciatrici offre più d' una traccia delle ascose bestiole...”.

Lunedì 11 si dedica a comporre le controversie fra i due vescovi così come ha sempre desiderato.  Egli riesce a persuadere le parti con la ragione e con la sua autorità e si formano le capitolazioni dell'accordo.

Martedì 12 affronta il diverbio concernente due vigne del padrone del luogo danneggiate, cambiandone l'aspetto, dai contadini affittuari.

Mercoledì 13 si sofferma su una serie di considerazioni sui rapporti dei prelati e li descrive, concludendo: “E quel ch' è peggio, senza più onorarmi d' un suo scritto, mi fa rispondere da un tal suo prete con un viglietto. La risposta, e molto più la maniera del rispondere, inferiscono suspicione del mio operare. Piace al buon Prelato coprir la gelosia di questo Vescovo, col mostrarsi geloso di quei popoli”. Licenzia il trattato sperando nelle decisioni della Sagra Congregazione dei Cardinali e dell’Ufficio della Santa Inquisizione.

Giovedì 14 va a Lioni, luogo “assai comodo per abitazione, e molto ricco per industrie, per poco più di due miglia è lontano da Sant'Angelo; onde il capitano di questa corte vi amministra la giustizia”. Vi si arriva per  sentieri tra i campi seminati a frumento “e quando questi matura hanno la spica, e che la spica ondeggia al vento, rappresentano un mar d' oro, nel cui mezzo si solleva un' isola di smeraldo”. Qui vi è un grazioso bosco nelle cui folte piante vivono un’infinità di daini. “Di questi daini in questo sito si avvisano i miei popoli di farmi cosa grata col farmi vedere una tal caccia apparecchiata.

Cingono di attraversate siepi il vasto giro alla boscaglia:  venuto il tempo che alla festa è destinato, vanno d'ogni intorno numerose schiere di villani, i quali, con pertiche e strida componendo strepiti ordinati, pongono in disordine le fere. Queste, intimidite dalla violenza, fidano alla fuga la salvezza; e mentre fuggono dalla forza, urtano le incaute nella insidia; perché là dove certi squarci della siepe offeriscono 1' adito a loro scampo, a pena il capo nella fraudolente apertura elle ivi investono, che dentro ad artificioso canape lo allacciano. Onde più di un animale, o ferito, o pur illeso, dal cacciatore tosto vien preso”.

Al mio comparire, compariscono gli spettacoli: questi riescono in me non men dilettevoli per la novità che graziosi per la comodità. Io, sia per la complessione, o sia per gli anni, sono a segno, che, sì come con discomodo non comprerei mai più diletto, così tra i diletti preferisco quel ch' è comodo. Qui senza scavalcare, senza indugiare, senza patire, ho veduto correre, ho veduto pigliare, ho veduto fuggire. Che si può di più pretendere ?

Finita la caccia, arrivo alla terra; ove cominciano tutti quelli onori che nel mio primo ricevimento, ad esempio delle altre, s' ingegnarono di far maggiori”.

Le cerimonie terminano all’ora del pasto. Qui si ferma per dormire con l’intento di osservar meglio e godere il tutto nel giorno seguente.

Venerdì 15 accetta di buon mattino i primi inviti. “Lasciati gli ozi del letto e spediti i negozi del mio luogo; esco dall’albergo, entro nel tempio, circondo il borgo, indi mi accompagno con Monsignor Vescovo ….”

Nel1'uscire dalle abitazioni dalla parte dove le massicce piante sembrano radicate nel fiume si ritrovano alla fine sopra un bel fiume, l’Ofanto “che in un cristallino e tacito, nell’incessabile viaggio affaticandosi, tutte senza fatica lascia contare all’occhio quelle candide pietruzze che sono calcate dal liquido suo piede …”, lo varcano attraversando un sassoso e gibboso ponte. Il sentiero conduce alla falde di un monte dove si trova un campo allagato ”perché in due rami del monte qui diviso il fiume, cinge quasi con due braccia il seno al lago, a cui fanno ombra nera i verdi crini dei fronzuti abeti. Di questi è dovizioso il bosco; perciò, forse, del Fiorentino addimandato, come che altresì tutto d' abeti quel di Pratolino sia guernito. Di questo la vasta ed intricata macchia, di tanti cervi e di tanti capriuoli è tanto ricca, che entrato in essa il cacciatore non mai n' esce povero di preda“.

Ma perché oggi è giorno da pesci, lasciamo per la pesca la caccia …”.

Segue una bellissima descrizione del piccolo “campo allagato”circondato dai verdi crini dei frondosi abeti, della vasta e intricata macchia ricca di cervi e di caprioli, della fauna ittica: l’anguilla, il lubrico, la lampreda, la bianca trota, il balbo, il carpione, “il puntuto luzzo”, i granchi.

 e delle tecniche della pesca: “Onde altri, piantate le piante ove più comode all' intento scandagliate del lago ha le seccagne., appena leva le incallite calcagna e della debol spuma le circonda, che circondato con le reti al muto pesce il vagabondo passo, o con fòscina lo uccide, o in vangaiola lo imprigiona. Altri, non pur scalzo le gambe, ma ignudo insino alla metà, mentre ha notato quel pesce che a galla o più veloce nuota o più animoso guizza, egli o dentro a disteso rezzaglio lo avviluppa, o con l'amo lanciato lo strascina; ed infine, tanto al picciolo quanto al grande ei qui non la perdona, sin che sull' umida riviera a' lor trionfi non facciano corona le tremolanti prede, che in lunghi giunchi ne appresentano infilzate”. I contadini sono così bravi nel pescare che non hanno nulla da invidiare ai più pratici marinari.

A sera ritorna e cena accompagnata da un buon vino locale che “non cede ai Falerni in eccellenza, supera molti altri in frigidezza. Cantine di lui sono le grotte, il ghiaccio delle quali, sì come conserva la vita a quel liquore, così dona la vita a chi lo beve”.

Riprende il cammino per Sant’Angelo dove passa la notte.

Sabato 16 si dedica alla descrizione del “Regno”.

Esso è diviso in dodici province, in ogni provincia ha per superiore un vicerè del Vicerè superiore”. “I padroni di questi popoli (i feudatari) rassomigliano i vassalli di questi presidi (ufficiali preposti alle molte spartizioni del reame, e chiamati anche vicerè). Poco va che cadauno tra i limiti della giurisdizione abbia ripartiti i privilegi del dominio, se da questi, sotto colore di sopraintendenza, tengono impediti gli esercizi dell' autorità. In questi tempi chi vuol giustizia, non s'imagini di averla, se non per mezzo del comperarla. Col campanello dell'argento in mano sian chiamati alle udienze: al suon dì quello ciascheduno è sempre udito ; non già sempre è compiaciuto, e spesse volte egli è ingannato. Chi non riceve gran torto si vanti di aver ottenuto grandissimo favore. Per mia ventura mi trovo or presente ove troppo è necessaria la continuazione dei presenti. Signoreggia chi forse in poche altre occasioni ha comandato; e forse per comandare, in certe altre egli ha servito. Dio ci aiuti

Domenica 17 spedisce molte lettere a Napoli.

Lunedì 18 si occupa solamente delle lettere pervenute da Genova. Le notizie non sono buone ed è molto rattristato: per questa ragione scrive, in sette pagine, una composizione in lode dell’amore coniugale.

Martedì 19, giunge ad Andretta: “non posso più far resistenza agl'inviti della mia Andretta, non che agli stimoli della mia volontà. Quei giorni di questa mia dimora in queste parti, furono annoverati da lei, non secondo il conto delle ore, ma secondo l’abaco dei minuti. Ella par che cominci a rinfacciarmi, che per troppo trattenermi intorno al capo, io mi dimentichi del piede. I miei  popoli, impazienti ormai della dilazione, facendo instanza perch' io favorisca la lor stanza, supplichevoli dicono: Venite, o signore, venite allegramente; la nostra bassezza non induca nel grand' animo vostro oblivione dalla nostra fedeltà. Venite, venite felice; che quanto più umili al vostro impero, tanto più devoti al vostro nome, vi faremo provare che « Sunt hic etiam sua praemia laudi» (VERGILIO). Compiaccio dunque a me stesso, mentre ad altri sodisfaccio.” “Già sono a cavallo” preceduto da molti venuti da quella mia terra alla mia casa per accompagnarmi nel cammino, son fatti precursori nel sentiere”.

Sul mansueto giogo di placide colline stampiamo le nostre orme. Da lunge discoverta raffiguriam la faccia al luogo: non tardiam molto che ce le avviciniamo assai”.

Gli abitanti mostrano tutto il loro sentimento con fuochi e con saluti entusiasmanti. A metà viaggio molti cittadini escono fuori e testimoniano con 1e opere quell’allegria che quelli di dentro esprimono con i segni. La moltitudine della milizia in arme e la gente di governo in ordine gli vanno incontro.

“Ma schiera che più destasse all’occhio 1' allegrezza, o più movesse al cor la tenerezza, non vidi ancora altrove, quale in questa occasione veder mi fece questa terra”. Lungo il tratto, fuori delle porte d’Andretta, lo ricevono un centinaio di vergini fanciulli vestiti tutti di bianco, quasi tanti angioli coronati di lauro, si avvicinano in processione “cantatori di certe imparate lodi” e gli offrono rami d'olivo. Questi sono ricevuti dall’illustre ospite con paterne accoglienze, dietro al verde stendardo, dove si dispiegano le insegne dell’Imperiale, “indirizzati, allora presero commiato, quando alla soglia del preparato albergo mi videro pervenuto”.

Quando sta per scendere da cavallo, un giovane oratore sale su un pulpito e recita in suo onore un lungo encomio in verso esametro.

“Ma quale strada ha questa terra, o qual cantone ha in queste strade, che per ornamento di molti archi alla rusticana trionfali non si adorni d'imprese e di versi in mio trionfo? Io non dirò già che tutti questi versi (dei quali io volli copia), sì come furono in copia così fossero in perfezione: ma sembravano perfetti, quanto al luogo e alla occasione. A tale Achille, tale Omero.

Il Comune offre “un buono alloggiamento e un buon desinare. Riceve indi ad una ad una le suppliche di tutti. De' lor negozi altri spedisco, altri incammino, alcun non lascio a dietro”.

Sul finire della giornata si avvia verso il rovinato castello. Dall’altura di questo sito si gode la bella veduta della circostante pianura. Al ritorno assiste a molti balli collegati alla solennità dell’ illustre presenza: “Per non mostrarmi severo, me ne mostro curioso: alla fine il mio letto mi chiama al mio riposo”.

Mercoledì 20 con Monsignor Rangoni,  Marcantonio Cristiani, suo principale vassallo, e con i rispettivi cacciatori va a caccia di cervi e di cinghiali. Segue una bellissima descrizione dei vari momenti della caccia: “Il battere dei bastoni, il ringhiare dei cani, il rumoreggiare dei corni mettono in fuga i cervi e i in battaglia. “Già vedo quegli, nell'urtar di attraversata rete, volendo ritornare a dietro, imprigionar una delle gambe di dietro in fra le acute zanne di fervido molosso. Già miro questi, dopo alcune tortuose rote del suo corso astutamente obliquo, da sanguinolento mastino sopraggiunto, e nell'uno degli orecchi tenacemente afferrato, invaii spumoso la bocca, voltar contro di lui dente Innato; quando avveduti i  cacciatori, più segretamente che possono alla rattenuta fiera si avvicinano; e quivi,  o con spade,  o con spiedi,   nell' ispido pelo penetranti,  mortalmente lo feriscono;  che ben sanno essi,   che,   sì   come le strida contro 1' assalito sono pericolose per chi assalta, così  più celato il  ferro del feritore fa più sicuro 1' eccidio del ferito. Sarebbe più facile ammazzarlo con lo schioppo, se non fosse men  glorioso.  La gloria non sta tanto nel vincere,  che molto più  non  stia nel gloriosamente guerreggiare;  imperciocché  questo vien  dalla bravura, quello dipende  dalla sorte

Arriva l'ora di assaggiare la selvaggina abbattuta: “eccoci a tavola. Quivi non tanto ci confortiamo nella dovizia di queste bestie cotte, che abbiamo avanti in abbondanza, che molto più non ci rallegriamo nel cumulo di quelle bestie morte, che presso a noi te m'amo a mucchio”.

Trasportati dall'avidità delle dilettevoli cacce arrivano nei boschi d'Andretta dove s'intrecciano con quelli di Carbonara dove finisce il suo territorio e termina anche la caccia: “non si mova il passo ove non ho il possesso”. Prima del tramonto del sole ritorna a S. Angelo.

 

Figura 2 Andretta vista dal monte Airola. Sullo sfondo Bisaccia

 

Giovedì 21 dopo aver concesso udienza al popolo “Mi pongo a scrivere per descrivere” questi paesi che ha comprato e che ora finalmente ha visto.

I termini di Andretta sono i confini di Carbonara. Gli ultimi confini di Carbonara sono il termine di tutto questo Stato che ha un’estensione di trenta miglia per diametro (e col passo di gigante); dal ponte del1' Olmito a Nusco sono tre miglia; da Nusco a Sant’Angelo cinque; da Sant'Angelo ad Andretta otto; da Andretta a Carbonara otto; da Carbonara a quest' ultimo suo territorio, che confina con quello di Melfi, miglia sei.

Il corpo di tutto questo Stato si trova nel Principato Ultra e si adagia su alture, “che per la maggior parte si sollevano in colli, per alcuna in monti; questi non molto aspri, quelli assai dolci; gli uni e gli altri in tutto fertili; perché dove, non essendo la pianura, non si semina il frumento, o si piantano le viti, o si coltivano i giardini; e dove non sono o questi o quelli, ingrandiscono i cerri, le querce, e i castagni; piante che al paro delle domestiche vengono ad essere fruttifere”.

Tutti gli elementi gli appaiono propizi. L'aria è buona in ogni stagione; la terra “copre di grossa polpa talmente le sue membra, ch'all'arator già mai non mostra l'ossa”; l'acqua, che è il latte della terra, non manca. Dove non scorrono i fiumi Olmito ed Ofanto scorrono innumerevoli ruscelli che lo irrigano. Manca il fuoco, o almeno è scarso; essendo i paesi freddi. Ma non manca legna, “onde il foco materiale emenda la mancanza del foco naturale”.

Le cascine sono frequenti in campagna; le case nelle due città e nell'altre terre sono numerose: nell' abitato le strade sono anguste; le abitazioni sono grezze all’esterno ma pulite all’interno, alcune sono piccole, altre comode. Gli abitanti sono quasi tutti poveri e alcuni facoltosi: tutti ugualmente vivono o dei raccolti che fruttano le loro campagne, o con quanto  si procurano con i loro lavori.

Non si conosce il numero degli abitanti perché molti, per sgravarsi dal peso delle tasse, per quanto possono, si nascondono alla Regia Camera e non esiste il catasto. L’unica fonte sono i libri delle parrocchie. Da un esame di questi e da calcoli effettuati risultano: quattromila anime a Nusco; tremila e cinquecento a Sant'Angelo; duemila a Lioni; duemilacinquecento ad Andretta; quattromila a Carbonara: in tutto sedicimila abitanti.

In ognuna di queste terre, oltre le cattedrali, vi sono più chiese, molto ben guarnite, canonici e preti, cappelle e apparati. Vi sono inoltre alcuni monasteri di frati conventuali e di riformati i quali vivono o con le rendite, o suppliscono con le elemosine.

I viveri di queste popolazioni sono i frutti della terra che sono abbondanti e buoni.

Vi sono tantissime galline, “forse perché vivono di ruspa, essendo che in queste bande quei soli s'ingrassano che ruspano”.

Le provvigioni per il mantenimento primario sono abbondanti: se, per eventi straordinari, si ricercano oltre il normale, vi è scarsezza. ”Ben è vero che dai vicinati sogliamo essere provveduti. Sono alcune madri buone che fanno le figlie cattive, e sono certe madri cattive che fanno le figlie buone. Sì come dall'abbondanza vediam nascere il dispregio, così dalla penuria vediam nascere 1' abbondanza”.

 Le menti e “le complessioni di questi uomini si confanno secondo i luoghi, e si disconfanno secondo gli uomini. Questi in ordine cittadino e in ordine contadino vengono distinti”.

I contadini, per quanto nascano robusti, sono “neghittosi”, si allevano tanto pigri, che spesso piuttosto passeggiano a mani penzoloni che lavorare con la vanga in mano. “Infelicità partorita dalla felicità; miseria comune a somiglianti comunità” e sostiene inoltre che non sono come “i Belgi, dei quali, nelle montagne faticosi e nelle fatiche valorosi, Né sono come gli alpini Genovesi, de' quali sì ne' tempi moderni come negli antichi le prove passarono alle maraviglie, principalmente per essere da que' monti invitati a' loro stenti”.

Inoltre, molti di questi cittadini sono infingardi e, di conseguenza, si vedono poveri. Se i contadini odiano la fatica, i cittadini non amano l’industria. Quelli si contentano di quel poco che, giorno per giorno, si procacciano, questi si appagano, come se fosse molto, di quel poco che possiedono.

Nel rimanente, questi popoli, non avvezzi alla libertà, non la conoscono; e perché non la stimano, non la bramano. Ma perché da cinquant'anni in qua, essendo sempre vissuti a posta degli affittatori, non hanno mai veduto la faccia dei naturali Ipr padroni, si sono assuefatti ad una certa licenziosa lor comodità, che senza distorsi nel pensiero della pubblica servitù, fa loro desiderare una tal privata libertà”.

Infine parla della rendita di questi beni. “Qui non mi piace, col darne ragguaglio per minuto, mostrarmi aritmetico minuto. Basti il sapersi che per dieci mila ducati ogni anno può assicurarsi. Onde la compra per duecento mila non pur sarebbe stata favorevole, ma utile; se l'utile di chi trattò (Giuseppe Battimello, suo procuratore), repartito con chi vendè (il duca di Nocera Inferiore Francesco Maria Carafa), non mi avesse sì ingannato, che ne sarei molto discontento, se non sperassi in brieve di esserne anco uscito”. Perciò revoca lo strumento “non già per appartarmi dal contratto, ma per migliorare nell'istrumento”.

La sera si avvicina e va a dormire a Bisaccia nel Vescovato. Bisaccia è “posta in gioghi alquanto aspretti: non è angusta per abitazioni; non è povera per abitanti; è ricca per coltura di paesi; i quali in questi giorni in fra '1 mezzo delle viti producono tanta copia di saporiti e grossi asparagi, che allattati dalla madre lor natura superano  in eccellenza  tutti quelli  che  dall' artefice  agricoltura vengono  allevati

Venerdì 22 “In tutta questa notte andata, quella descrizione che feci ieri mi è dalla memoria al guardo suggerita”. Rinchiuso nella sua stanza “e molto più nel camerino della mia mente” medita e fa una serie di considerazioni sulle doti necessarie che deve possedere chi deve comandare.

Sabato 23 si dedica ad altre considerazioni sul buon governo e sui doveri della nobiltà “più per mio bisogno che per altrui profitto”.

Domenica 24Perché dov'è nobiltà non può essere villania, e chi non è villano non è scortese, questo Vescovo nella liberal continuazione delle onorevoli sue dimostrazioni, persevera in farmi vedere come più dell' antica nostra amistà che della moderna nostra differenza egli si voglia raccordare. Non fu mai smemorato chi non desiderò di essere ingrato. «Et bene apud memores veteris stai gratta facti (VERGILIO).

Egli  sa che  per quei  fini  che altrove  io  dichiarai, desidero osservare il territorio della Guardia, che posto sui confini di questo Stato, pare appunto che, lo guardi. Questa terra non è più che per tre miglia lontana da questa città; e perch'ella vien compresa nella diocesi di lui, porge occasione a lui di chiamarmi alle graziose caccie di quelle fertili colline. Onde, sì come altra volta egli mi levò dagli ozi malenconiosi della solitaria mia casa, invitandomi con alcuni versi di Orazio all'allegrezza, ora mi distoglie dai solleciti affanni degli ordinari miei scritti, esortandomi con quei versi del Petrarca a dare al mio lungo faticare alcun ristoro.

Prendete ora a la fine

Brieve conforto  a sì  lungo  martire.

Prendiamo dunque il viaggio; e per cammino ad alcuni lepri togliamo il camminare. Riescono queste prede tanto maggiormente grate, quanto più sedendo sono fatte, e per dritte carriere tanto al corso de' cavalli quanto de' cani guadagnate. Fu il nostro riposo dove fu il nostro desinare: l'uno e l'altro ne furono pronti nella comoda abitazione del Vicario di quel luogo, già che l'albergo del Barone non altro che la propria ruina in sé più non alloggia”.

Lunedì 25 al sorgere del sole, lascia il  Vescovato e passa “dalle piume a predar piume” in certi posti dove “ di molti augelli è varia caccia, tanto più graziosa quanto più improvvisa, a me tanto più grata, quanto in queste bande men veduta......”. Quindi, tutti vanno a caccia.

La descrizione dell’ambiente e degli uccelli offre un quadro della nostra Irpinia che fu: un piccolo bosco che si trova su una dolce collina erbosa, il fruttifero ginepro che incorona “di quei fecondi rami che agl' Imperatori intessono corona”, il saltellare del tordo e il nero merlo che passa dal pallido olivo dal frutto amaro al vermiglio ramorino (corbezzolo) dal frutto dolce, un altro colle pieno di siepi, la ridicola civetta e “quelli augelli che cappello nero portano sul capo, e quelli che gremiale vermiglio portano sul dorso”, e ancora, un altro bosco la cui “schiera di addomesticate piante quasi in lunato giro con 1' ombre cadenti da' suoi rami” impedisce ai raggi del sole il penetrare al suolo, le moltissime starne che si nascondono fra le zolle dei campi arati, le robuste querce e vigorose elci, i gemiti delle tortorelle e i sussurri dei colombi selvaggi e l’ondeggio delle anatre un piccolo lago.

Martedì 26 “Da sì belle e sì care vedute accompagnati”, arriva a Morra che “tra l'altre terre di Sant'Angelo” vuole “arruolare. Imperciocché, come parte di lui, non pur sta dentro le braccia dei confini, ma nel centro del seno di lui; anzi, quasi parte a lui gradita egli si compiace di vagheggiarla alzata; ond' ella vedesi sopra nobil poggetto, che può vedersi da per tutto”. “Quivi non so ben s' entriamo questa sera per dormire, o se per trionfare. So che vi entriamo trionfanti, mentre per spoglie delle nostre imprese, dei molti vinti i capi appesi ed i pendenti busti dentro a lunghe e bipartite canne avanti a noi recando, più del comune applauso che del proprio diporto festeggiamo”.

“La terra è povera d’abitanti e di quattrini, perché mendica di traffichi e d'industrie”.

Da poco ha un nuovo padrone, ma la fortuna non è cambiata di molto.

Per disposizioni legali non può essere venduta: per contratto della vendita generale è stata comprata dall’Imperiale e già pagata con una buona somma. Frattanto ne gode  il  possesso  la  Signora  D.Vittoria “per la quale il nome della terra serve di cognome alla casata. Così le cose accidentalmente, come se artificiosamente, si confrontano. Dunque, nella corsa notte, e nel corrente Martedì, la nostra abitazione fu il disfatto albergo della medesima Signora, che per esser manierosa a par d'ogni altra, basta che sia napoletana, e figlia di Spagnolo. Essa ne favorisce con regali, e ne regala con favori indicibili, perché inestimabili” A sera parte per Sant'Angelo.

Mercoledì 27 appena apre le stanze un corriere di Napoli: “viene a dirmi il buon dì, e a darmi il mal giorno. Dalle lettere ch' io leggo, vedo che mentre io stavo uccellando nella campagna, altri mi uccellava nella città..... S' io son colà, tanti sono i disegni altrui, che guastano i disegni miei: s'io sto qua, tanto pochi son quelli che mi aiutano, che tanto maggiori si fanno quelli che mi rovinano. Già sento il fascio delle innumerabili mie cause andare a fascio; e già in fra le altre quella che di tutte 1' altre è la più grave scorgo andare a terra. Non sì tosto si è udita ne' Tribunali la renuncia della mia compra, che i venditori e i creditori della vendita hanno dai Giudici a mie spese comprata l'ingiustizia. Quel che non mi può esser vietato mi è impedito, perché in eterno mi venga trattenuto. Porge mano ai torti chi mi promise i favori. Chi, da me per un santo reputato, si può dir da me in mio giudice fu eletto, Dio voglia che tenga sospese le mani dalla orditura delle frodi......

Ma facciasi alla peggio. Se non potrò aver sicurezza per lo danaro che ancora ho da sborsare, per quel che ho sborsato vedrò di assicurarmi. A conto di questa porzione, se non potrò avere intiero l'edificio, me ne terrò almeno un cantone. Tanto bastò a Mevio, per goder delle feste de' Gladiatori, quella sola colonna che si ritenne, quanto se tutto il palagio si avesse ritenuto”.

Giovedì 28 e Venerdì 29 si dedica a spedire lettere riguardanti i suoi affari.

Sabato 3 ascolta la prova di una commedia che i sudditi devono recitare.

Il viaggio dell’Imperiale continua tra allegrie, castellane, pranzi, balli, teatri e malinconie.

Carmine Ziccardi

 

 

 

 

In: VICUM, periodico trimestrale,  Organo dell’Associazione “P.S. Mancini” – Trevico, Anno XXIII, n. 4 (Fasc. XLIV), Dic. 2005, pagg. 117-136.


 

[1]  Una sintesi di questo lavoro è stata presentata all’incontro culturale organizzato dal Comune e dalla Pro Loco di Andretta svoltosi presso il Centro di Comunità “Don Bosco” l’8 agosto 2005 dal tema: L’occhio del viaggiatore – Andretta nei documenti di viaggio  tra seicento e novecento. Oltre allo scrivente che ha trattato: Andretta feudale – Il viaggio di G.V. Imperiale (1633), hanno relazionato il Gen. Nicola Di Guglielmo su Andretta giacobina, - Il viaggio di S. Fusco (1799), il Prof. Toni Iermano su Un viaggio elettorale di F. De Sanctis e il Prof. Dario Ianneci su Andretta popolare – Viaggio in Irpinia di G. De Matteo. L’incontro è stato presieduto dal Prof. Giuseppe Acocella, Ordinario di etica sociale dell’Università “Federico II” di Napoli;

[2] Per il colera ad Andretta cfr. Ziccardi C., Aspetti storici di vita andrettese, Poligrafica Irpina Lioni, pagg. 93-105;

[3] De Sanctis Francesco, La Giovinezza, a cura di R. Tosto, Sansoni, 1966, pag. 116;

[4] De Sanctis F., o.c., pagg. 120-121;

[5] De Sanctis F., o.c., pagg. 121-126;

[6] De Sanctis F., o.c., pagg. 61-64 ;

[7] “Fra i lutti e le macerie ancora fumanti dell’Irpinia” e il “Ritorno nelle zone terremotate dell’Alta Irpinia, Sotto le macerie briciole di cultura ancora da salvare” in: Ziccardi C., Aspetti storici di vita andrettese, Poligrafica Irpina, Lioni, pagg. 133-143;

[8] Ziccardi C, L’emigrazione transoceanica: il lungo viaggio della speranza, L’Eco di Andretta, Gennaio-dicembre 2002, anno XI n.1-2, pagg. 18-21. Purtroppo, per problemi di spazio lamentati dal Direttore della Rivista, il lavoro non è stato pubblicato interamente. Il testo completo, ha assicurato il gen. Di Guglielmo, Direttore dell’Eco e curatore degli atti del Convegno sull’emigrazione tenutosi ad Andretta nel 1996, sarà pubblicato con gli Atti;

[9] Viaggi di Gian Vincenzo Imperiale con prefazione e note di Anton Giulio Barrili in: Atti della Società Ligure di Storia Patria, Volume XXIX, fascicoli primo e secondo , Genova, Tipografia R. Istituto Sordo-Muti, 1898;

[10] L’Imperiale parte da Sampierdarena il 31 dicembre 1627, alle ore 12;

[11] La Relazione viene stilata nel 1632. Eletto membro dell’Ufficio di Guerra dal Serenissimo Collegio con l’incarico di commissario e visitatore generale per tutta la Riviera di Ponente, controlla tutti i posti, rivede le milizie e riforma l’esercito;

[12] L’attuale Aquilonia;

[13] “Dè Giornali di Gio. Vincenzo Imperiale dalla partenza dalla patria - anno primo - Al Sig. Agabito Centurione, Nulla dies sine linea (con prefazione e note di Anton Giulio Barrili)” Società Ligure di Storia Patria, Vol. XXIX, fasc. II;

[14] Barrili Anton Giulio, Dè giornali di Gio: Vincenzo Imperiale dalla partenza dalla Patria, o.c., Prefazione;

[15] In questa veste promuove la cinta murale dalla Lanterna al capo di Carignano, una grande opera ultimata nel 1626;

 

 

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